PANDEMIA: IL PANICO COME STRUMENTO DI GOVERNO

Non vi è questione più politica che decidere della vita e della salute dei cittadini.

L’emergenza Covid-19 ci offre un ottimo esempio di cosa significa vivere in un’epoca incerta, dove i dubbi e le ipotesi della scienza finiscono per intrecciarsi con le fake news, la post-verità e l’impatto degli influencer sul dibattito pubblico.

Le verità del coronavirus

La pandemia ci ha fatto conoscere una pletora di virologi, infettivologi, immunologi, epidemiologi, igienisti, patologi, microbiologi, come anche veterinari (Ilaria Capua lo è, studiosa di virus animali), pediatri ed ematologi (Franco Locatelli lo è) che presidia costantemente gli spazi di informazione, invade i palinsesti fino a tracimare nelle trasmissioni dedicate allo svago. Chi pensa sia solo vanità o ansia per accaparrarsi i gettoni di presenza sottovaluta questi scienziati.

Da chi prospetta burberamente scenari apocalittici a chi gigionescamente rassicurava sul virus oramai in ritirata, ogni scienziato compete affinché la sua visione del virus prevalga, puntando a persuadere la politica e ricavando forza dalla visibilità che offrono loro i media tradizionali e non.

Decenni di studi epistemologici hanno relegato in soffitta le illusioni positiviste di una scienza che si avvicina progressivamente alla verità. La ricerca scientifica da sola non stabilisce “le verità” che poi informano il vivere sociale: dopo Foucault il nesso sapere-potere per il governo politico dei corpi e delle menti è quasi una banalità. Se fino a trent’anni fa le impostazioni scientifiche per affermarsi avevano bisogno solo del potere politico (il quale controllava gran parte dei media di massa), oggi la scienza ha bisogno di legittimarsi nel caotico mondo dei media sociali, dove si formano e si sfaldano costantemente le persuasioni delle tribù del web. Roberto Burioni che maramaldeggia su Twitter non sta solo esaltando il suo superego: sta portando avanti un’operazione programmatica (spesso con il supporto di consulenti di comunicazione) in cui lo scienziato vuole acquisire una predominanza rispetto ai suoi interlocutori, negando che il suo lavoro sia, come quello di chiunque, inserito in una rete di condizionamenti sociali, economici e ideologici che ne indirizza le ricerche e le posizioni.

Sappiamo bene che ogni forma di potere (politico, scientifico, economico, culturale, eccetera) che si rivendica come autonoma punta a prevalere rispetto alle altre, e in un’epoca di disorientamento a seguito della delegittimazione dei tradizionali vincoli di “sapere-potere”, ogni cittadino cerca delle nuove bussole. Lo scienziato che cerca di sostituirsi al politico, che si fa politico sull’onda della pandemia, non annuncia l’arrivo degli esperti al potere, quanto la morte della politica.

Non vi è questione più politica che decidere della vita e della salute dei cittadini. Eppure la politica sembra rinunciare a decidere, tra il fatalismo dell’andrà tutto bene (ovvero speriamo nell’italica fortuna: buonanotte!) e l’approssimazione di chi non ha capito l’infezione (e nemmeno la differenza tra test sierologici e antigenici rapidi).

La crisi non è dunque (solo) sanitaria: è la crisi, pressoché globale, forse definitiva, della politica come è stata elaborata negli ultimi duecento anni.

L’opposizione di vero e falso che caratterizza gli orientamenti delle persone comuni è stata messa definitivamente in crisi dalla rottura epistemologica causata dall’avvento dei media digitali. Un tempo il potere si manifestava pubblicamente attraverso un apparato di saperi la cui liturgia quotidiana erano i flussi di comunicazione veicolati e legittimati dai media di massa. Il crollo della lettura dei media a stampa, la frammentazione della dieta mediatica, l’emergere di nuovi soggetti della comunicazione capaci di diventare rilevanti grazie alla loro capacità di hackerare gli algoritmi delle piattaforme non vanno letti solo come conseguenze della digital disruption nello specifico settore dell’editoria. Sono anche fatti che indeboliscono i meccanismi di controllo e legittimazione dei poteri consolidati, prima di tutto quello politico e poi quello amministrativo, che non riesce più a governare una società sempre più (giustamente) scettica verso il potere politico e la sua capacità di guidarla.

La pandemia comunicativa

Cosa implica trasformare un problema specifico di alcune categorie in un problema generale? Tutti siamo potenzialmente disabili, o diabetici o malati di tumore ed è banalmente razionale prendere precauzioni per evitare di diventarlo. Eppure fino a che punto queste precauzioni devono farci desistere dal fare sport estremi, o dal goderci una succulenta fetta di torta o dal rinunciare a una grigliata con gli amici? Non parliamo di un problema di dieta, ma un problema di governo dei viventi.

Con questo non mi iscrivo alle fila dei negazionisti. Il virus esiste, la pandemia esiste, le persone muoiono, ma sarebbe giusto raccontare chi sta morendo. Ovvero dire che la media delle persone decedute è di 80 anni con una mediana di 82; che il 64% dei deceduti soffriva di 3 o più patologie; che fino al 30 ottobre si sono registrati solo 170 decessi di persone senza patologie pregresse, il 3,5% dei 37.458 totali. E sono dati pubblici dell’Istituto Superiore di Sanità (tra l’altro con una grafica essenziale ed efficace che si distanzia anni luce dall’orrendo excel del CTS che ogni giorno il Corriere della Sera mette in homepage), non di qualche misterioso agente della disinformazione globale.

Non da medico, ma da cittadino mi chiedo se sia giusto e opportuno chiudere intere città o regioni a fronte di un’infezione che risulta letale per gli anziani con patologie croniche, ma che si risolve in media in 15 giorni negli altri pazienti.

In un testo fondamentale ma poco noto al dibattito culturale nostrano, Georges Canguilhem ha studiato “Il normale e il patologico”. All’inizio del testo l’epistemologo francese ricorda che la malattia entra ed esce dall’uomo come una porta e che essa “non è soltanto squilibrio o disarmonia: è anche e soprattutto sforzo della natura nell’uomo per ottenere un nuovo equilibrio”. Se applichiamo il concetto di normale fuori dall’ambito statistico finiremo per andare incontro a innumerevoli abusi. Il medico, lo scienziato, definiscono cosa è normale e cosa è patologico, mentre il politico decide cosa è normale e cosa richiede uno stato di eccezione, di emergenza. E dall’intreccio tra scienza e politica che storicamente, si definisce chi ha pieni diritti di cittadinanza e chi no: se le donne hanno un cervello che consenta loro di votare, se i gay debbano essere rieducati, chi va internato in una clinica psichiatrica perché disturba l’ordine costituito e così via. La politica è ancora capace di decidere nello specifico e nel settoriale o si limita a imporre il potere di uno stato di eccezione permanente?

E dunque la questione finisce per essere: come salvaguardare l’insieme dei diritti di cittadinanza e il diritto specifico, ed essenziale, alla salute.

Chiudere tutto un paese significa non essere capaci di decidere niente, come un codice penale che si limitasse a un unico articolo “Non uccidere” sarebbe semmai un atto di fede. Riconoscere che il Covid-19 è una epidemia che uccide prevalentemente gli anziani e che dunque vi è una fascia specifica della popolazione che va protetta anche sottraendo ad essa pezzi di diritti di cittadinanza potrebbe essere l’inizio di un dibattito capace di uscire dal panico dei numeri generici che ci propinano i media tradizionali.

Solo da qualche giorno iniziano a essere diffusi dei numeri e si fanno proposte per mettere in sicurezza gli anziani. Per quanto possa sembrare inaudito o addirittura eugenetico, non si tratta che l’anticipazione di quanto accadrà sempre di più a fronte di una popolazione occidentale sempre più anziana e dunque fragile. Una società deve accettare la paralisi o attrezzarsi per proteggere al meglio i propri nonni da queste e future pandemie?

Per chi lo vuol vedere si tratta di un dato di fatto da affrontare, così come la protezione dei bambini è una priorità assoluta, per la quale applicare eccezioni e protezioni che terminano con l’adolescenza.

Il panico al potere

Il sito web La Repubblica, il quotidiano alfiere del panico di Stato spara in Homepage proprio ora (ore 8.08 del primo novembre): “Venti giorni per evitare il collasso. Conto alla rovescia per gli ospedali”. Si tratta del peccato originale del tono della comunicazione che ha scelto il governo Conte, governo che prima della pandemia sembrava destinato a durare pochi giorni e che ha colto nell’emergenza Covid la sua ragione d’essere e in una comunicazione ansiogena lo strumento per rafforzare il consenso attorno al capo del governo. Come ha detto Massimo Cacciari, il delirio normativistico implica considerare gli italiani un popolo di deficienti. E per quanto una parte consistente di essi di essi lo sia effettivamente, un governo democratico non può non promuovere una comunicazione e una cultura della consapevolezza e della responsabilità piuttosto che il panico come modello di governo. Siamo davvero sicuri che un nipote adolescente che conviva con i nonni non sia capace di capire che deve essere attentissimo non tanto per evitare la sua morte ma quella dei suoi amati parenti? In un paese di proprietari di seconde case gli anziani non potrebbero essere invitati a staccarsi dai figli conviventi e ritirarsi in altre case di proprietà? E se vi è bisogno di assistenza domiciliare comuni e regioni non potevano preparare nei mesi estivi dei piani straordinari? E soprattutto, se fasce della popolazione devono rimanere confinate, non sarà un costo enorme garantire loro gratis i generi di prima necessità.

Ecco perché le proteste sono giustificate verso un governo che dopo mesi non sa ancora leggere l’impatto reale della pandemia, non ha fatto nulla o male per attrezzarsi alla seconda ondata e ha scelto di restare a galla usando mezzi emozionali indegni di un paese democratico. Aggiungiamo poi che rilassare le misure di contenimento durante l’estate per poi colpevolizzare un’intera popolazione in autunno è anche un po’ da vigliacchi, a maggior ragione se si sa che il periodo di incubazione è di quindici giorni e non tre mesi. E se questo è un problema pressoché globale tranne una manciata di paesi, è la dimostrazione globale della crisi della politica rispetto alle emergenze sanitarie, ambientali e digitali presenti e a venire. E non sarà un algoritmo a salvarci dalla complessità che abbiamo creato senza saperla più governare.

Da oltre trent’anni intellettuali come Ulrick Beck hanno sviluppato i ragionamenti sulla società del rischio, ovvero sul fatto che viviamo in società dove il rischio è un elemento centrale delle nostre vite e che dunque richiede la promozione di una cultura che prepari e accetti l’incertezza (sociale, economica, medica). A questa educazione al rischio (e dunque al suo contenimento), le classi dirigenti hanno preferito propinare ai loro cittadini l’illusione di vivere in una società sicura, chiedendo in cambio di rinunciare a certe libertà, così scivolando verso una società securitaria.

Quindi la prima cosa da evidenziare è questa (in)consapevole dimenticanza del fatto che le epidemie altamente mortali sono un’evenienza tutt’altro che improbabile nelle nostre esistenze. Il disvelamento di questa falsa persuasione aveva gettato nel panico milioni di italiani a marzo e ora l’impreparazione dei governanti li sta buttando nella disperazione dell’ineluttabile.

Vi è un’altra strada ora? Bisognerebbe avere politici capaci di ammettere i loro errori e cambiare totalmente approccio nella comprensione e nella comunicazione della pandemia, non per concedere la soddisfazione di un banale autodafé, ma perché, per riprendere il testo di Canguilhem “l’errore” costituisce non la dimenticanza o il ritardo del compimento promesso, ma la dimensione propria della vita degli uomini e indispensabile al tempo della specie”.

Utopia oggi in Italia.

Belgrade-based advisor for internationalization and digitization. Follow me on information website serbianmonitor.com and on my blog limmateriale.net

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